La vita (ora) sconosciuta di Dentello

dentello-la-vita-sconosciuta*pubblicato su Poetarum Silva 

Crocifisso Dentello rappresenta il presente letterario per almeno due motivi: il primo arriva da una specie di lamento sul web, lamento che è poi diventato “caso” con Finché dura la colpa (Gaffi) e in seguito “conferma” per La vita sconosciuta (La nave di Teseo). Il secondo è che Dentello ci ha lasciati. Una scelta probabilmente ponderata che fa dell’autore forse l’unico caso di “Suicidio mediale”, che in termini meno scabrosi traduciamo come “abbandono di Facebook” (per la verità, l’addio è durato solo poche ore – Dentello si è pentito ed è tornato a considare necessario il social ndr).
Ma come, Dentello volta le spalle agli internauti? Non proprio. Lo ha raccontato lui stesso con un post ricordando che non è un uomo con una parrucca in testa e il naso rosso, ma uno scrittore che ha bisogno del rumore della vita vera per produrre verità su carta. Ecco dunque che la sua esistenza diventa (ora) sconosciuta, così come sarebbe giusto che fosse la vita di ognuno prima di arrivare alla stretta di mano.

La vita sconosciuta è un romanzo che si colloca nell’immaginario mondo del “magicismo”: condizione di mezzo che compatta la magia col misticismo. Leggendolo sembra di sentire la voce di Crocifisso – il suo autore – la voce ponderata di un tuttologo (essere tuttologi non è un difetto, anzi, nel caso specifico si tratta di un invidioso pregio). Io che la voce di Dentello l’ho sentita riprodotta soltanto dalle casse del Pc non ho faticato ad accostare il linguaggio proprio de La vita sconosciuta al suo utilizzo pubblico, un linguaggio riconducibile esclusivamente a chi se l’è costruito; ed è questa la sua più grande forza.
La vita sconosciuta sta dalla parte di Ernesto: un tipo che prenderesti a sberle per il suo parevole vittimismo decretato dall’attaccamento verso Agata. Un attaccamento talvolta ridicolo. Secondo programma sintattico, l’uomo è il protagonista della storia. Ma per essere tale necessita di Agata, la donna – colonna portante della vita – vestita a festa affianco alla bara dove ha lasciato – senza saperlo – un grande segreto. È una presenza-assenza quella di Agata, vista la condizione da defunta che fa del suo abbraccio soltanto un ricordo. Un abbraccio che Ernesto non ha intenzione di dimenticare costringendosi al piacere sessuale. Si tratta di un piacere clandestino, il segreto che rende sconosciuta l’esistenza più evidente.

Senza pronunciare una sola parola – imparai presto che parlare significa ridare al corpo un’identità e dunque disinnescare la libido – mi inginocchia e succhiai con voracità a me sconosciuta. Sentivo le mandibole gemere, la lingua diventare ruvida. Il tunisino mi afferrò la testa per guidare il ritmo della mia fellatio. La pressione del suo palmo sui capelli fu al pari di una carezza, un tepore che mi scivolò come un balsamo su tutto il corpo.

Per descrivere le avventure nei parchi Dentello utilizza una parola colta che richiede una custodia importante. Questo utilizzo evidenzia capacità limpide dello scrittore già note ai più, ma si arrischia a diventare materiale di distanza per chi sperava di portare a termine la lettura entro ventiquattro ore. Non solo, quanto viene raccontato risulterebbe scandaloso per chi tende a mettere due mani davanti agli occhi della realtà, eludendo ciò che c’è di più vero nelle società dei secoli. Siamo ai limiti dello scandalo quando Ernesto si fa penetrare da un pene lubrificato dalle sue stesse lacrime, un pene appartenuto a uno straniero pagato con un pacchetto di sigarette; siamo ai limiti dello scandalo quando il solito Ernesto masturba l’amico al quale avrà tirato, in seguito, una trappola mortale. La trappola, appunto, che esiste nella storia laddove compaiono le lotte di classe, della politica, le battaglie guidate dal suono delle bombe artigianali, per un materiale a stretta portata mnemonica dell’autore. Comunque lo scandalo non si raggiunge mai. È una letteratura nel senso più accurato del termine, senza sbavature e senza segnali di noia, una letteratura che fa di Dentello un personaggio da tenere d’occhio all’interno del complesso e variegato sistema della narrativa italiana.
A questo punto azzardo un all-in letterario proponendo all’autore la riproduzione di Ernesto che non sia fatto della stessa sostanza dell’essere sfigato davanti al lavoro, ma un uomo nuovo capace di ristrutturare la parte fiabesca di un’Italia difficile. Sarebbe una storia a lieto fine come forse non se ne vedono più, certo, ma anche una sempre possibile riconversione della natura.

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La traiettoria dell’amore di Claudio Volpe

cop_volpe*pubblicata su Aphorism.it

Tutti potremmo scappare dall’amore sperando di non essere mai presi. Oppure costituirci, presentarci davanti al giudizio con una frase sola: “Sono stato io”. E in aggiunta supplementare: “Ho modificato la traiettoria”. All’improvviso.
Diciamo così, “all’improvviso”, quando non sappiamo come giustificare una reazione che, a guardare bene, nasce da un’azione.

Se Giuseppe avesse prestato maggiore attenzione alla guida, se dunque non avesse compiuto un atto criminale spezzando una giovane vita, a quest’ora recensiremmo conseguenze diverse rispetto a quelle che Claudio Volpe ha narrato ne “La traiettoria dell’amore”. Se poi Andrea – il nostro Io narrante –  non si fosse presentata all’appuntamento con la fuga iniziata dal fratello Giuseppe, se non avesse coinvolto l’innamorata Sara in una faccenda misteriosa quanto insistente, saremmo costretti a lasciare stare l’amore e l’omosessualità, a pensare ancora che nel duemila e oltre le due cose debbano restare separate.
E invece no, quello che leggiamo e traduciamo come il coraggio di Volpe sta nell’accoppiare due certezze della natura in una narrazione pulita e coinvolgente che porta il lettore a deglutire per un possibile concorso di colpa.

“Correvi. Chi ti ha visto sfrecciare ha trattenuto il respiro come nel mezzo di un tuffo. Cavalcavi una velocità folle, un amplesso tra incoscienza e voglia d’aria sul volto. Sembrava quasi volassi, hanno detto, una sferzata di luce rossa che ha squarciato la notte […]”.

È una storia che inizia nel momento topico, con una carica emotiva che sfilaccia l’anima prima di muoversi con circospezione e estendersi come un cono di luce su marciapiedi difficili. L’amore, appunto, che appare già nel titolo, viene trattato apertamente e non come ombra di se stesso. A giustificare quanto detto è la sua presenza multipla: prima nella fratellanza; poi nella crescita di un rapporto nato tra sconosciute.
È una storia che offre una mano alla salvezza, che manda i suoi personaggi a nascondersi tra le colline e a imparare dall’esperienza di chi è abituato alla solitudine. Fin quando la giustizia inizia a procedere lungo il suo corso, un corso indotto a dire la verità. È qui che quanto appariva raro si riduce nell’esattezza della vita. In altre parole, se sbagli, e ti rendi conto di aver sbagliato, sei disposto a pagare. Una cifra onesta, comunque, anche se l’esistenza non riesce a esserlo con tutti. Ma è così.

Claudio Volpe conosce a memoria i suoi personaggi, li anima con abilità distinta. Ed è una conferma, di certo non più una scoperta di Dacia Maraini e basta. Adesso anche i lettori sanno chi è, conoscono la sua narrazione e pare che lui non li voglia tradire. D’altronde il tradimento non è contemplato quando si ha a che fare con un’anima capace e buona a mettere insieme i piccoli pezzi di un puzzle sociale decisamente complicato.

“L’indecenza della forma”, Pasolini nella stanza della tortura

indecenza_wh-1024x576*pubblicato su “Poesia, di Luigia Sorrentino” – Rai News

Parla il poeta, finalmente, anche se ha parlato più volte. Ma per quante siano state le occasioni, sembra che non sia mai abbastanza. Si dice allora che è necessario il bisogno di esprimersi con più mandate: così com’è per la chiave che apre la porta, ogni giro vale una serie di parole dette con l’arte sulla lingua. Si entra, in questo caso, a teatro. Ad aprire il sipario, in prima nazionale lunedì 13 febbraio al Teatro Argentina di Roma, è Pier Paolo Pasolini. Non lui in persona, ci mancherebbe, ma la sua anima prestata agli attori in scena: Francesca Benedetti e Sebastian Gimelli Morosini, sapientemente guidati da Marco Carniti. Il nuovo testo de “L’indecenza della forma” (Pasolini nella stanza della tortura) porta invece la firma di Giuseppe Manfridi

“[…] è uno spettacolo che va oltre, è una discesa a capofitto nella spirale dei gironi pasoliniani usando le sillabe per generare un corpo fonetico che si faccia tutt’uno con la narrazione. Il corpo di una laica deità capace di accogliere in sé le tante voci necessarie a esprimere il furore scandaloso e cartesiano di una profezia con la quale il nostro tempo e il nostro Paese ancora convivono, inadeguati […] Geometrica e lucida è la lezione del poeta che con atto pragmatico redige referti della propria epoca imponendo ai suoi contemporanei una chiara visione del futuro”, leggiamo tra le parole di Manfridi.  E ancora: “Nel profluvio dei versi che compongono il copione, nei lacci delle rime e delle assonanze, nel rap dissennato che attraversa facce, gole, miti, censi e nervature, l’osceno ambisce a purificarsi, mostrandosi ansioso di una spietatezza che lo giustifichi. Parla il poeta bambino e parla il poeta adulto, parla il padre delittuoso e la madre onnivora, parla il fratello caro agli Dei e Saturno divoratore dei propri figli, parla la plebe e parlano gli amanti. E il loro parlare si traduce in lotta, la lotta in dramma, e il dramma tende alla sua catarsi, che infine arriva. È il compimento di un’esistenza che, per paradosso, ha saputo domare il proprio fato accettando un’assoluta sottomissione ad esso”.

È un testo, questo, che chiama attenzione sulle tante voci esposte sul palcoscenico, voci che diventano unica ugola e che ricordano Pasolini, uno dei mai dimenticati. Nel “romanzo mai scritto” Pier Paolo rivive nel rapporto feroce con i genitori e nel caos involontario che lo porterà presto alla distruzione. Un caos storico, colpevole o innocente. Qualunque sia il responso, sarà il pubblico a scegliere.

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Teatro Argentina, Roma

L’indecenza della forma di Giuseppe Manfridi uno spettacolo di Marco Carniti

con Francesca Benedetti e Sebastian Gimelli Morosini musiche di David Barittoni

lunedì 13 febbraio ore 21

Ventisei maggio, il bello della letteratura racconta l’amore

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*già pubblicata su Aphorism.it

Se l’amore si potesse raccontare, andrebbe raccontato così come fa Marco Mancini. Con le sue sfumature – tante – i turbamenti – tanti – i processi e sottoprocessi, gli addii che possono essere tradotti in “torna con me, sono stato stupido” se solo potessimo tradurli. E poi le canzoni, quelle del rocker emiliano: Ventisei maggio – La mia vita tra le poesie di Luciano Ligabue. Le chiama proprio poesie, Marco, questo venticinquenne scrittore esordiente con gli occhi verdi e un viso da modello nato a Fasano e che di professione, ci sembra di capire faccia il cantastorie dell’amore. C’è la sua vita in questo libriccino di settantacinque pagine, la sua vita tra le poesie del cantante che come da lui è amato da milioni di italiani. Non risponderemo alla domanda perché Ligabue è così amato, non ce ne importa. Nel caso del nostro autore diremo che la sua vita, accompagnata dalle parole del Liga, è scritta come una poesia, con tutte le cose belle o bastarde, per riportare poi una cosa che dice molto su questa: “… c’è che siamo in due ad avere intenzioni buone e cattive”, lui e la vita, proprio così: sentimenti sparsi per due anni di fatti pubblicati a mo’ di stato su Facebook – a proposito, l’autore è seguitissimo da tante ragazze che lo vorrebbero già domani come fidanzato -: dall’incontro con Luciano – il cantautore – alla lettera in due parti per un Babbo Natale che dovrebbe dedicarsi “a chi non conosce il sorriso”, dal consiglio di abbracciarsi perché “avete spazi talmente vuoti da riempire che nemmeno conoscete” al ricordo di Chelli. E allora eccola qua, la bilancia che indica il peso che trattiene Marco dall’esplodere con una bestemmia o un pianto che durerebbe almeno quaranta minuti. Chelli che era la professoressa di storia e filosofia, ma “lo è ancora”. E aggiunge all’introduzione al libro che “Ci sono legami […] che erano destinati ad esserci quando ancora le persone di questi stessi legami non si erano incontrate”. I legami, appunto, legami che si spezzano e che lo scrittore non avrebbe spezzato se si fosse comportato in un certo modo che, forse, dettava in testa e non produceva con le azioni. Le pagine vanno ascoltate più che lette, si sente una voce nuova della letteratura e che ha il diritto di continuare. I capitoli, divisi con titoli di alcune delle canzoni di Ligabue con relativo sottotesto, sono cadenzati da una lettera che l’autore indirizza in corsivo alla madre, come per chiedere alla natura della vita dov’è che ci siamo persi e poi ritrovati: “Mi ero allontanato da me stesso e mi rimaneva solo la solitudine ed è stata la più presente degli amici”. I testi di Ligabue sono gli accordi per i quali Marco incide la sua musica. Ne bastano tre, amore vita morte, per dire ciò che si doveva dire. Non si tratta di un romanzo né di un’opera di filosofia, magari un diario aperto. Anche se è bene, in questo caso, non categorizzare lasciando che le cose decidano di andare dove vogliono. Così come le persone che per restare non devono essere tirate per la maglia.Se dobbiamo trovare un difetto grammaticale alla scrittura dell’autore pugliese, è un abuso dei due punti che interrompono il discorso quando si potrebbe utilizzare una pausa breve come il punto e virgola. Ma siamo pignoli, l’autore è giovane e migliorerà. Ora però ci scuserà se chiudiamo come lui invece inizia e prosegue in Ventisei maggio, anche se a dirla tutta è una chiusura a tempo: M’abituerò – Alla fine non è mai la fine, ma qualche fine dura un po’ di più

Recensioni – Walter Veltroni alla scoperta della sua alba

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Quando pensi a Walter Veltroni è difficile non immaginare gli anni della politica, soprattutto quella politica romana che lo ha visto protagonista come primo cittadino. Di certo non pensi a un Veltroni cantastorie tra i minuti del tramonto o quelli del mattino, tra il calare della sera o per La scoperta dell’alba. Si chiama proprio così questo libro, edito da Rizzoli nel 2006, che racconta la vicenda di Giovanni Astengo, un bambino-adulto che, colto da classica nostalgia, decide di andare a vedere come stanno le cose nel casolare di campagna dove aveva vissuto. Giovanni è anche adulto, un professionista dell’archivio nella biblioteca. Il suo ruolo, manco a dirlo, è catalogare le vite degli altri.

Tutto infatti ruota tra l’archivio e il ricordo, tra il passato che riesce a sorprendere con un presente ancora da scoprire. Giovanni allora vuole capirci di più, vuole raccogliere i pezzi del puzzle che componevano il quadro della sua adolescenza e provare a salvare il salvabile. In questo caso il salvabile è un padre, suo padre che si rende partecipante attivo di un omicidio che coinvolge intellettuali del suo tempo. La forza di questo romanzo sta nell’imprevedibilità dei fatti e di come questi compongano l’intreccio della narrazione. È curioso allora come Veltroni racconti in maniera limpida, senza accavallare nessun passaggio, senza omettere nessun dettaglio particolare, il tuffo nella piscina del passato che il piccolo Giovanni compie in età adulta. Sarà un telefono particolare quindi a mettere in contatto i due Giovanni: quello ragazzino e quello maturo. Da qui i colloqui, ogni giorno per qualche giorno, in cui un Giovanni diventa indagatore e l’altro ascoltatore fidato. La somma delle relazioni svela il significato nascosto delle cose, ma anche come non sia mai possibile cambiare il corso degli eventi seppur questi si siano rivelati errori grossolani. La storia non è di certo la più innovativa che potevamo leggere. Ma è comunque uno spaccato godibile tra verità e finzione, tra ciò che vorremmo accadesse e che invece non accadrà mai.

La scoperta dell’alba è il primo romanzo dell’autore ex sindaco. Da questo titolo ne è stato tratto un bel film, nel 2013, diretto da Susanna Nicchiarelli con Margherita Buy e Sergio Rubini a interpretare i ruoli principali.

Recensioni – Era una notte buia e tempestosa..

Giansoldati_Davide_Era_Notte_Buia_Tempestosagià pubblicata su aphorism.it

“Era una notte buia e tempestosa”: è senza dubbio l’incipit letterario più famoso del globo terrestre. Talmente famoso che da uno è passato all’altro, e dall’altro a un altro ancora. L’origine però va assegnata all’inglese Edward Bulwer-Lytton che conia questa celebre frase per il racconto Paul Clifford. Da qui il passaggio ci porta al conosciuto personaggio animato Snoopy, che ne faceva uso in diversi capitoli della storia, ad Andrea Camilleri che sceglie questo esordio per uno dei suoi libri, ad Umberto Eco che dichiara che il primo passo de “Il nome della rosa” prende spunto proprio da qui. Non solo e per essere chiari, “Era una notte buia e tempestosa” è anche il titolo di questo libriccino. Si aggiunge: piccoli esercizi di scrittura creativa.
È proprio così, un libriccino di novantacinque pagine scritte in caratteri piccini che porta il lettore a non essere solo lettore, ma anche utente di scrittura per una serie di consolati da carta a penna.

“Questa guida si propone di aiutare il lettore/scrittore a capire qual è la tecnica e l’ispirazione che ha dato vita agli incipit più famosi e interessanti e a riflettere sul meccanismo che li ha creati. Una volta compiuta un’analisi della oro tipicità e originalità il lettore è invitato a provare egli stesso nuovi inizi, sull’esempio di quelli degli autori famosi ma anche a trovare i propri, nuovi e originali”, si legge sulla quarta di copertina. Niente di più analiticamente corretto per una serie di pagine che, uno degli autori Davide Giansoldati, consiglia di leggere “quando fuori c’è il sole”. Non sarà certo la temperatura esterna a fare la differenza. Però è carino credere che davvero tutto possa iniziare così, con una bella giornata e magari qualche uccello migrante che si fa sentire solo per il rumore del becco. La storia poi avrebbe lo sviluppo che ogni scrittore desidera. Ma intanto è bene sapere come si fa, eliminare il primissimo dubbio che spesso ci porta a dire “Da dove inizio?”.

Eccolo qua, allora, il nastro di partenza suggerito: “Era una notte buia e tempestosa”. E poi morti o vivi, amori o dissapori. Una storia, insomma.

RECENSIONI – IL GIALLO NEL TITOLO IN NERO

cop*già pubblicata su aphorism.it

Pare che i libri di carattere e colore giallo raccolgano al proprio interno personaggi con descrittive ancor più nitide rispetto ai segmenti rilevati in altre trasposizioni di scrittura. Abbiamo detto che sembra così. Ma dobbiamo correggerci, alla presunta terza riga, dicendo che è proprio così. E il motivo crediamo sia raccontato dalla storia, dalle storie che prevedono casi di omicidio – talvolta seriali – con annessa l’operazione minuziosa di assemblaggio dei pezzi che portano al risultato. Un’introduzione, questa, utile a dichiarare il fatto: Nero Vanessa è un bel libro.

L’autrice è Maria Rosaria Perilli, una che, leggiamo in quarta di copertina, si dichiara “appassionata giallista, scrittrice e poetessa con cento sfumature di tutti i colori”. Alla fine pare che si faccia il verso al noto Cinquanta sfumature di grigio. Ma è solo una questione diretta per dire che la Perilli è un’attenta scrutatrice delle colorazioni del tondo, ossia del mondo. Entrando in scivolata e a piedi uniti nella storia, ci si accorge che la narrazione gialla è autentica: ci sono, come detto, gli omicidi, c’è una curiosa indagatrice, c’è un aiutante professore in pensione e, non di meno, una serie di parentesi orientate in corsivo che si traducono nella tecnica vincente di plagio al lettore. Che, traduciamo ancora, lo incollano alla lettura facendo riposare la parabola con l’apertura di finestre immaginarie su cui è possibile affacciarsi per scoprire nuove ambientazioni. Una scelta stilistica dell’autrice che si identifica bene con la linea tracciata dalla storia. La storia, appunto, è di quelle che aiutano l’attenzione a prodursi come lettura piacevole, anche se forse non troppo originale. Allora dobbiamo per forza parlare di un difetto che, al momento dell’apparizione, c’ha fatto esclamare “te pareva!”. Questo difetto è il personaggio che oseremo dire principale, cioè colei che indaga sulla morte. Un personaggio che si presenta con un nome, Laura, che condivide il sogno della pubblicazione di un libro. Qualcosa di, in modalità oggettiva, già visto. Dunque, dicevamo, sta a vedere che la Laura è la Maria, che la Maria è la Laura. Immaginiamo per cui una sorta di autobiografia, o comunque una vita vera con fatture di giallo. Da qui si arriva al professore in pensione, il professor Fabbri, vecchio docente di psicologia criminale e aiutante perfetto per previste conoscenze nell’ambito accademico-letterario e risoluzione di omicidi.

Il resto non può essere raccontato qui, in termini di recensione. Va detto però che l’autrice si dimostra attenta a ogni particolare descrittivo dell’ambiente, delle azioni, della psicologia e pure del rispetto del colore del genere narrativo. Elementi che dovrebbero avvicinare alla lettura di Nero Vanessa.

RECENSIONI – “SE MI ARRENDO QUESTA VOLTA MI ARRENDERO’ TUTTA LA VITA”

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Potremmo chiamarli Stanlio e Olio, non cambierebbe niente. Ma a loro, a dire il vero, Alessandro Baricco ha assegnato nomi di origine statunitense: Tom Smith e Jerry Wesson. Tom e Jerry, come il gatto e il topo dei cartoni animati. E a vedere bene il comportamento dei due è identico a quello degli animaletti disegnati sullo schermo televisivo. Insomma, i due proprio non si prendono.

Così all’inizio, almeno. Perché vuoi o non vuoi, convivenza per convivenza, episodio per episodio i protagonisti diventeranno pure amici. Qualcosa di incalcolabile leggendo le prime parti del testo. Dunque, prima di arrivare a ciò che succede poco prima del mezzo, che è fondamentale per conoscere i tratti della storia, è bene parlare proprio del testo. Che non è un romanzo, tantomeno un saggio; è un progetto teatrale. Ho detto progetto, ma avrei dovuto dire sceneggiatura. Bella e pronta per il palcoscenico. A parte le poche righe che Baricco utilizza per far raccontare le cose a uno dei personaggi, nel resto si accelera con una monoposto di dialoghi che temporizzano la lettura del libro in mezz’ora.

Ora l’episodio che cambia i connotati, nel mezzo, quando Rachel raggiunge i soggetti strampalati in una casa posizionata a ridosso delle cascate del Niagara. Rachel è una giornalista e come tutti i giornalisti ha il dovere di informare. Narrando, se possibile. Il compito è proibitivo, perché la giovanissima – sta dalla parte dei ventenni – ha l’obbligo di trasferire al giornale per cui lavora una notiziona se vuole continuare a operare in questo mestiere. Ecco perché raggiunge Tom e Gerry. Loro sono tipi strani, gli unici che possono aiutarla a portare a termine il test che le è stato assegnato. L’idea però, quella di usare le cascate e l’eccezionale creatività degli uomini, è la sua. Da qui si costruisce l’azione narrativa che, comunque, resta oggetto teatrale. Rachel è disposta a tutto pur di superare l’ostacolo. Anche a morire, se necessario.

“Son qui perché se mi arrendo questa volta mi arrenderò tutta la vita”, è la frase che Baricco concede al lettore, anche in quarta di copertina, e che fa da rappresentanza alla trama. Una trama attenta, avvincente e precisa con le parole. Che permette a colui che legge di scegliere da che parte stare, quale personaggio essere nella scena.

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Recensioni – Sesso come ossessione in “La separazione del maschio”

piccolo_francesco_-_la_separazione_del_maschioChe ci sia poca gloria nello stare soli è cosa certa. Soprattutto quando ci si è appena separati. Soprattutto ancora se il separato è il maschio. Parte proprio con questa analisi romanzata “La separazione del maschio”, libro del vincitore del Premio Strega 2014 Francesco Piccolo.

Ciò che si legge è la storia di un quarantenne solo ma mai pienamente tale. È uno strano concetto da esprimere. Ma se l’illogica conduzione di vita è tradotta in un matrimonio fallito nel tempo ecco che le cose vengono rese un poco più semplici. Meglio se il maschio ha sì definito la chiusura, ma intanto intrattiene relazioni con altre donne: tre nello specifico. Tutte con una caratteristica sessuale che attrae (e non poco) il protagonista. Lui, il protagonista, tra l’altro è uno che alla scopata (proprio come da testo) non sa rinunciare. E neanche prova a trovare piacere in altro, almeno per un po’ di tempo. Fino a quando non riscopre la quotidianità amorosa e spontanea che dà una figlia, Beatrice.

I bambini sono svegli, attivi, coscienziosi quasi più degli adulti. E Piccolo narra una storia ricca di azioni ma anche di psicologia terrena. Niente può essere dettato come un racconto casuale. Perché di casuale, va detto, c’è ben poco. Nemmeno le relazioni, descritte con cura minuziosa dei particolari, nascono da incontri sui marciapiedi: ci sono grandi ex o colleghe di lavoro.

L’uomo di questa storia sa di essere affetto da “l’immaginario erotico del maschio meridionale” che raggiunge “il punto più basso della scala evolutiva della contemporaneità”. Aggiunge “probabilmente”. Perché la presunta malattia non è che un difetto comune, cioè dell’istinto. Lo abbiamo chiamato difetto. Ma a noi ci pare qualcosa di naturale quella fantasia erotica che, a dirla tutta, non è esclusiva maschile. Come quando sosteniamo che donne e uomini sono uguali, se non per quella pecca golosa che riporta allo scenario primordiale di Adamo ed Eva.

In quarta di copertina si legge: “Ascoltando il suo racconto ci troviamo a ridere, sorridere e pensare, e mentre inorridiamo delle sue malefatte siamo costretti a riconoscere quanta verità ci sia nelle sue parole”. È vero, la verità. Che volevamo evidenziare per la semplicità della vita. Fatta pure, sappiamo, di sesso. Non proprio come ossessione, non dovrebbe. Ma è bello conoscere l’esistenza di qualcuno che corre sulla linea delle proprie idee senza mischiarsi in una massa di perfettini. Seppur inciampando, il protagonista di questa storia è un separato, maschio, con la capacità di sbagliare ma anche correggere. Cosa inusuale.