rondoni*esclusiva per Reader’s Bench (leggi anche l’articolo di Simone di Biasio)

“Scusi! È quello il Castel Sismondo?”. Comincia così la fine del viaggio diretto alla poesia. Già, ho detto “fine”. E non si tratta di un errore temporale da penna rossa tanto cara alle maestre. Si tratta, invece, della mia osservazione da “infiltrato” che comincia proprio dall’arrivo. Ecco, già vi vedo con la faccia macchiata di verde come le piante e gli occhi neri per intimidire il nemico. Ma questa non è una guerra. La poesia non partecipa alla guerra. La poesia non ha mai rischiato di morire sotto i colpi di fucile sparati dai potenti dell’Editoria nostra. La poesia vive e “Parco Poesia” ne è l’esempio.
“Com’è la situazione?” – “C’è la poesia!”. Certo, non potevo aspettarmi un saggio di ballerine russe in un posto chiamato, appunto, “Parco Poesia” (anche se non mi sarebbe dispiaciuto ammirarle per qualche minuto). E allora sono entrato nel castello, di sera, e ho visto la poesia. Dice: “E che c’hai le visioni?”. Sì, ho le visioni. Isabella Leardini, la cara poetessa organizzatrice dell’evento, stava in piedi sul palco davanti al microfono e parlava (scusate se avrei tanto voluto infiltrarmi sotto la sua veste). Davanti al ferro impalcato che circolava sul fronte Nord c’erano persone, tante persone, sedute su sedie grigie perfettamente filate. Saranno state venti o trenta file. Tante.  Sembrava disonesto interrompere pur solo con lo sguardo quel meraviglioso intervento dei poeti che già si alternavano sul palco per musicare con la voce i propri versi. E allora andavo in trincea, dietro a tutti, per nascondermi nella penombra. Ascoltavo prima in piedi, poi seduto ed infine con la schiena piegata per concentrarmi. “I poeti fanno la fama”, leggo lo slogan che dice tutto. La prima serata si conclude con un abbraccio all’amico poeta Davide Rondoni sorridente al mio sorriso appena discese le scale che finiscono sull’erba fresca di luglio. La notte consegna le prime riflessioni e il ruolo di infiltrato comincia a piacermi.

Il giorno dopo è già caldo e il sole fa pace solo con le ombre dei palazzi. Si torna al Parco. Eccoli là, i poeti. Si scambiano saluti, abbracci, sorrisi. Le poetesse belle, accoglienti, romagnole non solo di accento ridono sempre e ti guardano, ammiccano quasi a volerti respirare. È ufficiale: il ruolo di infiltrato mi piace. Mi siedo in trincea su una delle sedie grigie. Sciolgo le file. Godo, godo per la poesia e attendo che il compagno di-verso faccia le sue letture. Nel frattempo continuo a godere per l’aria fresca che a volte viene a girare le carte nella partita tra me e le ombre. Prendo una macchina fotografica. È una di quelle moderne e non la so usare. Eppure riesco a girare un video con tanto di panoramiche laterali destra e sinistra, campo lungo e primo piano. Qualcuno mi nota. Evidentemente non mi sono mimetizzato per bene. “Non ricordo se ti avevo detto di leggere…”, mi chiede Isabella. No, non leggerò. E allora andiamo avanti a servizio delle ore. Ma la memoria fotografa ogni istante vissuto col gotha della poesia contemporanea. Tutti lì a raccontarmi, a raccontarsi come se fossi uno di loro. Esco allo scoperto. “Come?! Non conosci Campanari? È il Bukowski di Fondi!”, dice Rondoni rivolgendosi a un giovane poeta venuto a salutare. Ormai ho perso i poteri da infiltrato e questo gioco è finito. Provo a sentirmi uno di loro, un poeta. È difficile, lo so. Sono soltanto all’inizio del mio cammino fatto di versi e accapo. Ma non ci posso fare niente: amo la poesia, meravigliosa scoperta.

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