Copertina-Giocatore-di-Whisky-bevitore-di-pokerL’UOMO CHE AMAVA LA POESIA

Un mio caro amico è solito citare il grande poeta ispanico Federico Garcia Lorca, pronunciando una delle frasi più famose della storia della poesia, cioè: “La poesia non cerca seguaci, cerca amanti”.

Ora vi faccio una domanda: Daniele Campanari vi sembra un seguace o un amante? Arduo rispondere così su due piedi, senza cognizione di causa. Ed è giusto.

La sua prima raccolta di poesie ‘Giocatore di whisky, bevitore di poker’ apparentemente mostra solo una faccia del personaggio. Spudorato, evocatore di immagini forti (per qualcuno forse fastidiose addirittura); eppure non lascia fuori dal suo taccuino nemmeno un aspetto della realtà. Ogni poesia rientra nella sfera del vissuto del possibile, dell’immaginabile e del sognabile. Il sesso, l’amore, gli occhi, le attese, la teatralità, l’ibrido, le ore, l’alcol, le donne… “i cavalier, l’arme, gli amori, /le cortesie, l’audaci imprese” lui canta.

Seguire la poesia potrebbe dire incamminarsi per una strada ad occhi aperti senza vedere assolutamente nulla, senza scorgere la minima variazione di colore, senza deviare mai lo sguardo da quel punto fisso che è bellissimo, ma irraggiungibile. Amare la poesia vuol dire fermarsi ogni tanto, sedersi all’ombra di un albero, cacciare penna e taccuino e fare l’amore con lei; indugiare sulla forma dei suoi passi, sulle sue impronte ma anche sul cielo, il profumo delle stagioni, non vuol dire perderla ma assaporarla. Vuol dire raggiungerla, sfiorare i suoi capelli di carta e le sue labbra umide di inchiostro; vuol dire anche vederla fuggire dopo aver fatto l’amore ma mai con amarezza. Perché amare è sempre un po’ come sapere che qualcosa non è mai veramente lontano o perso.

Campanari non è uno stalker ma il perfetto amante della poesia; e non solo, anche della realtà. Un amore che lo spinge ad unire questi due elementi e a non imprigionare la ‘creazione’ tra le pareti di uno scatolone pronto per il trasloco con targhetta e indirizzo già appiccicato.

Dinamico, un po’ beat un po’ profeta; ora pare più superficiale della polvere, ora eccolo calarsi in riflessioni profonde più dei pozzi di petrolio in mezzo al deserto.

Davide Rondoni nella prefazione scrive: “Questo poeta sa una cosa fondamentale. La stessa che sapevano Baudelaire e Gesù Cristo: l’uomo è un ibrido”.

Mi rifarò ad Aristotele, proponendovi un sillogismo:

L’uomo è ibrido.

Campanari è un uomo.

Campanari è ibrido.

Ma non è solo l’uomo ad essere ibrido. “L’amore è ibrido./Non si capisce da quale parte voglia stare./Cresce ogni giorno se gli dai il concime giusto/ e se ti vede scappare ti rincorre a prenderti./E se non ti prende finisce per odiarti.”

Ricordate la domanda che vi ho posto all’inizio? Credo che ora conosciate la risposta.

L’UOMO CHE AMAVA LA POESIA

Un mio caro amico è solito citare il grande poeta ispanico Federico Garcia Lorca, pronunciando una delle frasi più famose della storia della poesia, cioè: “La poesia non cerca seguaci, cerca amanti”.

Ora vi faccio una domanda: Daniele Campanari vi sembra un seguace o un amante? Arduo rispondere così su due piedi, senza cognizione di causa. Ed è giusto.

La sua prima raccolta di poesie ‘Giocatore di whisky, bevitore di poker’ apparentemente mostra solo una faccia del personaggio. Spudorato, evocatore di immagini forti (per qualcuno forse fastidiose addirittura); eppure non lascia fuori dal suo taccuino nemmeno un aspetto della realtà. Ogni poesia rientra nella sfera del vissuto del possibile, dell’immaginabile e del sognabile. Il sesso, l’amore, gli occhi, le attese, la teatralità, l’ibrido, le ore, l’alcol, le donne… “i cavalier, l’arme, gli amori, /le cortesie, l’audaci imprese” lui canta.

Seguire la poesia potrebbe dire incamminarsi per una strada ad occhi aperti senza vedere assolutamente nulla, senza scorgere la minima variazione di colore, senza deviare mai lo sguardo da quel punto fisso che è bellissimo, ma irraggiungibile. Amare la poesia vuol dire fermarsi ogni tanto, sedersi all’ombra di un albero, cacciare penna e taccuino e fare l’amore con lei; indugiare sulla forma dei suoi passi, sulle sue impronte ma anche sul cielo, il profumo delle stagioni, non vuol dire perderla ma assaporarla. Vuol dire raggiungerla, sfiorare i suoi capelli di carta e le sue labbra umide di inchiostro; vuol dire anche vederla fuggire dopo aver fatto l’amore ma mai con amarezza. Perché amare è sempre un po’ come sapere che qualcosa non è mai veramente lontano o perso.

Campanari non è uno stalker ma il perfetto amante della poesia; e non solo, anche della realtà. Un amore che lo spinge ad unire questi due elementi e a non imprigionare la ‘creazione’ tra le pareti di uno scatolone pronto per il trasloco con targhetta e indirizzo già appiccicato.

Dinamico, un po’ beat un po’ profeta; ora pare più superficiale della polvere, ora eccolo calarsi in riflessioni profonde più dei pozzi di petrolio in mezzo al deserto.

Davide Rondoni nella prefazione scrive: “Questo poeta sa una cosa fondamentale. La stessa che sapevano Baudelaire e Gesù Cristo: l’uomo è un ibrido”.

Mi rifarò ad Aristotele, proponendovi un sillogismo:

L’uomo è ibrido.

Campanari è un uomo.

Campanari è ibrido.

Ma non è solo l’uomo ad essere ibrido. “L’amore è ibrido./Non si capisce da quale parte voglia stare./Cresce ogni giorno se gli dai il concime giusto/ e se ti vede scappare ti rincorre a prenderti./E se non ti prende finisce per odiarti.”

Ricordate la domanda che vi ho posto all’inizio? Credo che ora conosciate la risposta.

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