paroladibrera“In alto le bandiere e i canti” per il buon vecchio Gianni Brera. Era solito introdurre gli articoli con quel virgolettato uno dei più grandi cronisti sportivi che la nostra storia abbia mai registrato. Gianni Brera, nato a San Zenone al Po nel 1912, e scomparso a Codogno nel 1992, ha passato la sua vita giornalistica tra le pagine di Repubblica e La Gazzetta dello Sport.

Uno stile di scrittura inconfondibile, quello di Brera: la cronaca sportiva tagliava a fette il racconto incartandolo come in un pezzo del romanzo: la capacità di adattamento verso i vari sport era disarmante: e poi, quell’utilizzo di una punteggiatura sua che oggi verrebbe depennata col blu e rinchiusa nel cartoccio degli errori: come la sequenza dei due punti.

“Parola di Brera” è uno dei tanti libri che accolgono le sue esposizione scriteriate. Trecentoquarantanove (349) pagine di godimento, riflessione, insegnamento. Un punto da non prescindere per chi vuole cronacare.

“Eh, mi dicono, giornalisti così non ne nascono più. Vero, mancano proprio le condizioni perché nascano, e non parliamo dell’eventuale habitat. Solo a lui, dicono, poteva venire in mente di ritmare un dribbling di Pelé spezzando gli endecasillabi leopardiani. Vero, solo a lui. Ma non perché era Brera e poteva permetterselo, giornalisticamente parlando, ma perché aveva letto tutto quello che aveva letto, prima di diventare Brera”. (Dalla prefazione di Gianni Mura)

Neologismi, soprannomi, espressioni latinum e pathos da letteratura gialla; questo è Gianni Brera. Uno che ha inventato i termini contropiede, incornare, goleador, disimpegnare, rifinitura, cursore; uno per cui Simba è Ruud Gullit, Rombo di Tuono è Giggiriva, Bonimba è Roberto Boninsegna. Uno che giocava a briscola col presidente della Repubblica Italiana mondiale Pertini, e perdeva “perché altrimenti Sandro si incazzava”.

Giornalisti così non ne nascono più, dice Gianni Mura nella prefazione al libro. Sarà vero, dico. Ma l’esempio è quello giusto. E allora chiudo questa breve recensione come lui era solito terminare il saluto ai caduti dello sport: “Ti sia lieve la terra”, caro Gianni.

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