tu mio
Erri De Luca racconta il mare e chi lo abita in affitto. Non i pesci, dunque. Ma gli uomini. Chi ha letto almeno due dei suoi tanti libri sa di cosa sto parlando. Chi non li ha letti, che li legga. È un invito.
Tu mio è uno sguardo sul passaggio dall’adolescenza alla maturità. In breve: un ragazzo si innamora di una ragazza. Tutto già visto, sentito, odorato. Fin qui. Ma c’è molto di più. C’è quell’amore adolescenziale che non si esprime, non si dice, non si vive per paura. La paura di Daniele, il protagonista della storia, è legata alla coprotagonista dal nome difficile: Caia. La narrazione si svolge in un’isola del Mar Tirreno, d’estate. Daniele è un piccolo pescatore unito all’amico. Incontra la ragazza straniera più grande di lui. Si invaghisce di Caia, del sorriso, della spensieratezza, delle movenze. Così si registra un tour di sentimenti, specchio dell’avventura e del solito dolore che accompagna quelli della sua età.
“Su quest’isola avevo imparato la libertà contro la vita chiusa di città, povere librtà di un corpo finalmente all’aperto. Me avete piantato in carne l’amore, mi lanciare nel mondo a palla persa. Dentro l’amore c’è pure la collera, lo scatto di alzarsi da una sedia, come mi ha fatto vedere tu. Mi hai chiamato fuori, Haia. Questo lo potevi fare solo tu, solo tu che chiami vita.”
È un lungo pellegrinaggio quello che fa Erri De Luca in questo libro. Un pellegrinaggio che poco ha a che fare con la ancora lucchetto di fede mocciana. Non c’entra niente quella roba lì. Perché il contenuto di questo mare scriptum è ben altra cosa, ben altra descrizione, ben altro fondale. Il titolo, Tu, mio, ha un significato dialettico possessivo. Ma la possessione, se tradotta coi termini positivi, è affetto. Questo è il caso-racconto giusto dove l’affetto è il sentimento di privilegio. Non si va oltre a questo, in realtà. Anche se, come detto, il condimento dell’amore c’è. Ma non si vede, non viene descritto a caratteri visibili. Resta nascosto. De Luca sa dove pigliare, dove raccogliere i sentimenti dell’animo umano. Pennarli è per lui un gioco semplice, semplice come bere un bicchiere di vino rosso in compagnia della sirena Partenope.
“Le strofinai il palmo,piano, le si velarono gli occhi –Non fa male?-, -No-. –Allora non essere infelice- – Non sono infelice-, caddero le due prime lacrime, che vengono a coppie e da qui i poeti hanno imparato le rime.”
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