cacciatori-di-frodo*già pubblicato su Reader’s Bench 
Supponi che io scrivessi questa recensione inserendo poche virgole, zero punti o qualcuno dopo una lunghissima serie di frasi di senso, credo, ma comunque lunghissime e che rotolino selvaggiamente su questo foglio bianco di carta digitale che appare inesistente ma c’è, credo, e lui non è d’accordo, chi lui?, dice, uno a caso, dico e poi dico di sì che sono d’accordo per il fatto che lui, quello, non è d’accordo e proseguo col prologo di questa recensione particolare senza dire nulla sul libro, all’apparenza, dico, perché invece sto dicendo molto.
Ecco, ciò che hai letto nelle prime righe va certamente contro il manuale del giornalismo. Ossia periodi brevi e frasi dirette, semplici. Ma c’è un motivo per cui io abbia deciso di introdurre così Cacciatori di frodo. Perché l’autore Alessandro Cinquegrani, nato a Treviso nel 1974, fa lo stesso dedicando al testo un turbinio di frasi che scendono a valle rapide come cascate. Le parole sembrano rincorrersi, le parole sembrano raggiungersi si tirano per la maglietta e poi scappano di nuovo. Difficile credere a un qualcosa di speciale. Ma è così.
Chi sono i cacciatori di frodo? Quelli che danno la caccia evadendo. Chi?, Cosa? Tutto, forse: “… clandestini del pensiero nell’epoca della banalità”. Così è scritto in copertina. Banale questo romanzo non lo è per niente.
La vicenda vissuta da Augusto il protagonista è psicologicamente entusiasmante: “… penso mentre percorro i binari della ferrovia, io mi porto al guinzaglio la mia nuvola, una manciata di metri cubi di acerbe espiazioni prese al guinzaglio e percorro i binari della ferrovia, dodici chilometri ho sentito dire, dodici chilometri suppergiù che devo percorrere per raggiungere la curva troppo stretta”. Chi c’è prima della curva? Elisa, la moglie. Non si sa perché Elisa stia immobile, sdraiata sulla ferrovia a zupparsi di pioggia i vestiti. O meglio: si sa ma non lo vengo a dire perché si scoprirà nelle ultime delle 108 (centotto) pagine che rilegano la carta.
Ciò che è noto da subito è il leggio su cui poggia il pensiero di Augusto (padre di Daniele e fratello gemello di Cesare) costretto o volontario o aiutante di morte che va a percorrere quei dodici chilometri per andare a recuperare la donna che vuole ammazzarsi sfavorendo nei tempi la frenata del capotreno. Ciò che è noto è pure il guinzaglio che lega la nuvola. E vai a pensare quanto pesa ‘sta nuvola, di cosa è fatta e, soprattutto, da quale immagine è tratta.
Perché tu, lettore, che mai ti sia detto “stupido”, ti legherai alla nuvola e pure tu ti troverai seduto sui binari in curva con una sigaretta che si spegne per la pioggia tra le dita che vuoi. 
Ecchecazzo me ne frega se ho appena detto una parolaccia e se ci sono quattro o cinque o dieci bestemmie tra le righe di Cacciatori di frodo. Ecchecazzo me ne frega se i morti per aver tradito la familiarità, per aver tradito l’attenzione, i morti e il sangue fratricida alla Caino e Abele stanno pure qua, in questo romanzo. Ecchecazzo me ne frega perché se in uno scritto si pretende la realtà ecco che la parolaccia (nel contesto giusto) ti viene a servire. E i morti, dicevo, è bene che ci siano.
Insomma, Cinquegrani non ti manda a dire cosa devi o non devi fare. Ma certamente poggia sulla tua scrivania un romanzo valido, specifico del pensiero. Un romanzo dove la parola “quiete”, seppur distante come tu puoi credere, si affaccia spesso e volentieri. A cominciare dalla nuvola, espressione poetica da sempre riconosciuta come libertà.
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