Mammutt
“Benassa è lo storico, coriaceo rappresentante sindacale dei lavoratori alla Supercavi di Latina-Borgo Piave. La tuta blu sull’anima, la trattativa nel sangue, era il terrore di ogni direttore del personale. Per anni ha guidato le lotte dei compagni, ma ora che bisogna combattere l’ultima decisiva battaglia sindacale, la gloriosa azione collettiva per tenere la fabbrica aperta sul mercato, Benassa è stanco”
Benassa, lo storico coriaceo rappresentante sindacale dei lavoratori, è Antonio Pennacchi. Già, lo scrittore. L’autore di questo libro. Mammut (Mondadori) infatti non ha nulla di diverso da un racconto autobiografico. Ma per rendere per iscritto questo frase di rivelazione devi conoscere un po’ la storia di Pennacchi. O la storia di Benassa.
 
Come detto, Benassa è quel rappresentante di quella roba là. Tutti gli operai stanno con lui. Tutti gli operai gli vogliono bene e seguono i suoi movimenti diretti alla salvezza della fabbrica. Benassa è, dunque, un leader indiscusso. Un capo. Uno di cui ti puoi fidare. Almeno fin quando le sorti della storia vanno per fatti loro rischiando di attivare il processo del tradimento. In questo caso, in questa storia, accade che il leader Benassa venga messo di fronte a una scelta. Una di quelle scelte che ti fanno dire “Beh, che cazzo ci penso a fare?!”. In realtà, quando qualcuno ti mette davanti alla scelta, tu ci pensi. E è anche normale. Sarebbe strano il contrario, ossia il non pensiero. Perché senza pensiero non si prendono le decisioni giuste. Guai a credere che sia – sempre – l’istinto a dare il giudizio giusto. Benassa pensa, dunque. Pensa se accettare il nuovo incarico propostogli dal consiglio direttivo della fabbrica: “Ti paghiamo per scrivere la storia della nostra azienda”. Dice più o meno così. Benassa i conti in tasca se li fa eccome. 
 
Il capo di tutti convoca una riunione straordinaria, a turni. Tutti devono stare a sentire la comunicazione, la nuova disposizione. Si riuniscono in uno dei capannoni della fabbrica. Benassa sale sul palchetto e microfono e dice: “Me ne vado, non gioco più”. Dice più o meno così. Arrivano le domande, le richieste di aiuto, gli applausi. Benassa è stanco di lottare per la libertà, di lottare per gli altri. È stanco di dare e ricevere pugni in piazza sempre nel nome della speranza, della coltivazione del lavoro. Benassi accetta. 
 
Pennacchi pure. Lo scrittore di Latina e il suo avatar si raccontano in Mammut. Un racconto scritto senza indugiare sul perché o percome, scritto alla solita maniera pennacchiana: ironia e scorrevolezza che ti tiene incollato alle pagine. Roba che mica tutti gli scriteriati sanno fare. Diversi anni di battaglia aperta con le case editrici prima della pubblicazione dell’opera. Diversi anni di manovre con la Fiat 127 gialla. Diversi anni non pagati.   

 

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