“Vorrei raccontare di mio padre, di mia madre, di Anita e di Marangoni, di tutti, dov’erano e dove sono, di come le cose canno e di come andavano, di quando ero un prestigiatore e di adesso che nessuna magia mi riesce. Mi piacerebbe dirle: se gli anni senza nome devo raccontarli a qualcuno, voglio raccontarli a te”, è quanto si legge sulla quarta di copertina blu metalizzato di Dove eravate tutti. 
Dove eravate tutti(?), chiede a punto interrogativo invisibile Paolo Di Paolo. Lo fa raccontando la storia dei Tramontana: padre e figlio con quest’ultimo a prestare occhi e pensieri. Il padre, docente di una scuola romana e scrittore sognante, vive quella che qui definisco ironicamente IMPA (Istantaneo Malessere del Professore Atipico), ossia il maledetto flusso psicologico che ti porta a fare ciò che non avresti mai immaginato di fare. Succede che Tramontanapadre è assalito dall’incubo scolaro: l’incubo degli alunni elettrici. Quelli che, i banchi, tengono a riscaldarli.Tramontanapadre è afflitto, clinicamente piatto. Succede che all’uscita da scuola investe e ferisce il giovin Marangoni Tomas, futuro talento sportivo, comandante in capo della banda della sua classe ma soprattutto, proprio lui, soggetto proibito della figlia. Sembra un incidente. Sembra, appunto. E il Tramontanafiglio indaga sulla vicenda, sulla vita tormentata e segreta del mite Tramontanapadre, sui bigliettini scambiati con una collega durante la gita scolastica. Sulla madre. Quella madre che fugge a Berlino aspettando la rincorsa del figlio. E quello che sembra un incidente diventa un processo.
 
E intanto il viaggio interrogativo prosegue. Dove eravate tutti quando crollavano le Torri Gemelle? Dove eravate tutti quando il nero Barack Obama diventava presidente degli Stati Uniti D’America? Dove eravate tutti quando Silvio Berlusconi veniva ferito con una statuetta di metallo? Ecco: dove eravate tutti? Ognuno avrà inciso il ricordo. Perché i fatti, quelli lontani geograficamente ma vicini alla coscienza, restano inchiodati alle mani degli uomini. Così è per Tramontanafiglio che conclude la rincorsa verso la madre andando a Berlino dove, per altro, c’è Scirocco, l’incubo buono dei sogni, la pianta amata-umana da coltivare. E così come i fatti inchiodati è l’azione del vento a indirizzare i passi. Di tutti.
“La grande impressione la fece il vento, il giorno dei funerali. Un vento di aprile inclemente e vittorioso, che faceva volare le vesti rosso porpora dei cardinali, li costringeva a tenersi i copricapo con le mani. E sfogliava, sfogliava le pagine di una bibbia aperta sulla bara di legno semplice”.
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