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di Paolo Rigo – pubblicato su PatriaLetteratura

Seconda raccolta di poesie di Daniele Campanari e già stiamo descrivendo un’impresa: da un po’ di tempo a questa parte per vari motivi e per vari responsabili, infatti, la poesia non solo, come avverte anche il giovane autore nella nota finale (p. 173), è stata relegata al ruolo scomodo d’élite ma, l’altra faccia di una medaglia oscura e controversa, è stata anche degradata da chi pensa di fare poesia mettendo su carta pensieri astrusi senza un ordine logico grammaticale.
Il risultato? Meno alberi e un po’ più di monossido di carbonio per tutti. Lasciamo stare. In un guerra non ci sono mai stato  è il risultato di un’operazione coraggiosa: secondo libro di un autore giovane  ̶  e stessa casa editrice (seconda impresa) ̶ che, ha nello spazio insolito di più di 170 pagine (altra impresa), non solo condensato la propria esperienza allotria rispetto al mondo ̶ eppure in esso contenuta (motivo base della poetica di Daniele Campanari)  ̶  ma ha restituito alla poesia una dimensione quotidiana non solo nei temi o nelle situazioni ma nell’atto. Mi spiego meglio e per farlo sarà utile riprodurre alcune frasi della nota finale (già citata):

“Boston: attentato allo sport” è spunto di cronaca del 2013 quando due bombe esplodono all’arrivo della maratona che si corre negli Stati Uniti causando la morte di tre persone e ferendone oltre centosettanta. Ho appreso la notizia dalla radio della mia auto mentre ero fermo sul raccordo anulare di Roma per un incidente avvenuto sulla strada. Il magistrato di cui parlo in “pace non t’ho mai vista giocare col pallone”di p.112 è Giovanni Falcone, assassinato a Capaci il 23 maggio 1992. La poesia l’ho scritta lo stesso giorno del 2013.

Sospendiamo un poco il giudizio su questi appunti necessari a spiegare le implicazioni delle poesie  ̶  ci torneremo fra poco  ̶  e concentriamoci proprio sui testi citati: tutti siamo a conoscenza dell’attentato avvenuto alla maratona di Boston, ebbene Daniele Campanari ci immerge subito nel disastro e lo fa con un puntiglio narrativo tipico della poesia americana («“c’è sangue dappertutto!” / dicono i giornalisti. / gli altri urlano, urlano tutti col dolore a gambe e braccia», vv. 1-3), fino a che l’informazione si trasforma in emozione e tramite un’anafora verbale il pianto si dipana nel mondo. L’altra poesia dedicata a Giovanni Falcone intesse una fitta rete di trame mistiche e visionarie e un filo storico. Fornite le parafrasi al lettore egli potrebbe chiederci: a cosa serviva la nota (e a cosa serviva riportarla in questa recensione)? Facile la nota è utile a spiegarci, forse anche incoscientemente, che la poesia di Campanari nasce nella semplicità di un attimo fulmineo ed etereo: mentre ascolta la radio in macchina o quando apprende di ritrovarsi in un giorno-anniversario la sua poetica si nutre del mondo e fa parte del mondo. Ma quale mondo? Quello che esiste certo ma anche quello che solo gli occhi di Campanari sono in grado di scorgere, quel mondo disilluso e falsamente romantico di Charles Bukowski, vero e proprio nume tutelare del giovane poeta pontino, che ad apertura del volume viene così descritto, avvertendo il Caro lettore (titolo della poesia):

è un mondo di puttane e frequentanti altalena quello che
sta nel quadro mattina
è un mondo che dà altezza al braciere della storia.

Insomma, una lirica viva, vivissima, difficilmente commentabile poiché figlia di una visione concreta e quasi tangibile. Una poesia capace di farsi cronaca e al contempo che nasce dalla cronaca fintanto quella più barocca e assurda, che, come diceva Carlo Emilio Gadda, compone lo stesso mondo. Si pensi ai versi del componimento Il matrimonio e il funerale capaci di modulare l’esperienza assurda, ma reale, di una coincidenza fatale:

palpiterà di paure e futuro investito
quando Dio, fotografi e fratelli
lanceranno riso sulla bara di legno

Non è solo un poeta giornalistico Daniele Campanari: la sezione Amanti, che consta di una ventina di poesie, restituisce la dimensione intima dalla faccia doppia. Dapprima sempre impegnato a cercare di fissare i termini di un sentimento sfuggevole e mai banale e poi voluttuosamente vincolato al cinismo tipico di un materialista incallito (e per questo affascinante), come accade nell’ironica poesia San Patentino.

In conclusione Daniele Campanari è un poeta complesso e ricco di avvertimenti, difficile quando sembra semplice, facile quando si impegna a descrivere l’impossibile. Una poetica che come ha scritto Paolo Di Paolo nella prefezione è «una piccola rivoluzione dello sguardo: anche per la più domestica e quotidiana delle situazioni, quando parla di memorie personali, lampi di vita familiare, ruvidi, mai sentimentali; anche quando racconta di una ragazza in treno che legge Shakespeare e ha i capelli un po’ troppo sporchi per sembrare belli. Anche quando parla d’amore, e – cosa rara – riesce a sorprendere».

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