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Jack Folla. Chi è Jack Folla? Potrei essere io, potresti essere tu. Potrebbero essere loro. Tutti potremmo essere un Jack Folla a caso. Il fatto è che pochi di noi hanno il coraggio. Perché? Perché Jack, se si può dire, ha le palle. L’ho detto. E come faccio sempre mi assumo la responsabilità di dare il significato che devo alle parole. E aggiungo: Jack, il grande Jack, è incazzato. Non è che è arrabbiato; lui è proprio incazzato nero. Dite voi, con chi? Con voi. Già. Il dottor Folla ce l’ha con tutti quegli addormentati da bar, con i politici da ipad, con le ex fidanzate che “no guarda, ti giuro, ti amo, adesso” per poi smentire l’amore, tornare indietro dopo il giro di boa col piacere in tasca per affermare “no guarda, ti giuro, è colpa tua”. Come se amare fosse una colpa e il cancellino non solo per abbattere la maestra.

Comunque Jack è incazzato. Diego lo è. L’autore: Diego Cugia: quarantotto anni e una faccia da interprete mafioso. Che punta pure il dito contro, ‘sto tipo, come appare nel deretano di copertina. Ha anni di esperienza come scrittore di romanzi, sceneggiati, Diego. Come radiofonico. E eccoci qua, allora, con la chiave: la radio. Il protagonista (che poi non lo è, nel senso che i protagonisti veri siete voi), Giacomo (detto Jack) è un conduttore radiofonico. Meglio: un evaso costretto a conduttore radiofonico per avere accesso sulla finestra del mondo. Un evaso  dalla prigione che più prigione non è, quella che conoscono pure i bambini: Alcatraz. Chi l’ha costretto a parlare davanti (o dietro, dipende dal punto di vista) al microfono non è un dato da conoscere. Piuttosto, appare strepitoso il modo in cui dice le cose. Almeno, per me è strepitoso. Perché sono dirette, limpide, senza chiedere alle parole di fare capriole, senza peli sulla lingua, senza battere ciglio; lui ha una cosa in mente e la dice; lui legge i giornali e elabora, riflette, poi dice. Si capisce bene che pensa prima di dire. Niente è veramente lasciato al caso. Il caso, se vogliamo, è come ci sia finito là dentro, come sia fuggito. Ma pure questo, dico, non è un dato da conoscere. Anche perché non c’è scritto.

Folla, o per meglio dire, Cugia, tratta temi di fu stretta attualità, quella a cavallo tra il duemila e il duemilauno. Tipo: Bin Laden, Maria De Filippi, Kofi Annan, Bruno Vespa, l’ex fidanzata, politici vari tantosottuttiuguali. Li tratta come animandoli per nome, come vorremmo trattarli, come è giusto che vengano trattati, com’è vero che non m’ero appassionato mai a niente di simile. Strano, dico. Perché questo non è un romanzo né un saggio. Forse un’autobiografia. Certamente una serie di riflessioni ad alta voce. Tutto, dico, tutto rivolto alla folla. A voi: fratellini o hermanos, come preferite.

Quello di Jack Folla è un effetto mediatico. Forse non oggi, ma lo è stato. Grazie anche all’idea, poi praticata, di vederlo come un format per la radio. La voce che sarebbe di Jack, a tema originale, è quella di Roberto Pedicini. Io rileggo con le mie corde. La scrittura, dicevo, di Diego Cugia. Così Jack vive, garantito.

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