Mancini_26_maggio

*già pubblicata su Aphorism.it

Se l’amore si potesse raccontare, andrebbe raccontato così come fa Marco Mancini. Con le sue sfumature – tante – i turbamenti – tanti – i processi e sottoprocessi, gli addii che possono essere tradotti in “torna con me, sono stato stupido” se solo potessimo tradurli. E poi le canzoni, quelle del rocker emiliano: Ventisei maggio – La mia vita tra le poesie di Luciano Ligabue. Le chiama proprio poesie, Marco, questo venticinquenne scrittore esordiente con gli occhi verdi e un viso da modello nato a Fasano e che di professione, ci sembra di capire faccia il cantastorie dell’amore. C’è la sua vita in questo libriccino di settantacinque pagine, la sua vita tra le poesie del cantante che come da lui è amato da milioni di italiani. Non risponderemo alla domanda perché Ligabue è così amato, non ce ne importa. Nel caso del nostro autore diremo che la sua vita, accompagnata dalle parole del Liga, è scritta come una poesia, con tutte le cose belle o bastarde, per riportare poi una cosa che dice molto su questa: “… c’è che siamo in due ad avere intenzioni buone e cattive”, lui e la vita, proprio così: sentimenti sparsi per due anni di fatti pubblicati a mo’ di stato su Facebook – a proposito, l’autore è seguitissimo da tante ragazze che lo vorrebbero già domani come fidanzato -: dall’incontro con Luciano – il cantautore – alla lettera in due parti per un Babbo Natale che dovrebbe dedicarsi “a chi non conosce il sorriso”, dal consiglio di abbracciarsi perché “avete spazi talmente vuoti da riempire che nemmeno conoscete” al ricordo di Chelli. E allora eccola qua, la bilancia che indica il peso che trattiene Marco dall’esplodere con una bestemmia o un pianto che durerebbe almeno quaranta minuti. Chelli che era la professoressa di storia e filosofia, ma “lo è ancora”. E aggiunge all’introduzione al libro che “Ci sono legami […] che erano destinati ad esserci quando ancora le persone di questi stessi legami non si erano incontrate”. I legami, appunto, legami che si spezzano e che lo scrittore non avrebbe spezzato se si fosse comportato in un certo modo che, forse, dettava in testa e non produceva con le azioni. Le pagine vanno ascoltate più che lette, si sente una voce nuova della letteratura e che ha il diritto di continuare. I capitoli, divisi con titoli di alcune delle canzoni di Ligabue con relativo sottotesto, sono cadenzati da una lettera che l’autore indirizza in corsivo alla madre, come per chiedere alla natura della vita dov’è che ci siamo persi e poi ritrovati: “Mi ero allontanato da me stesso e mi rimaneva solo la solitudine ed è stata la più presente degli amici”. I testi di Ligabue sono gli accordi per i quali Marco incide la sua musica. Ne bastano tre, amore vita morte, per dire ciò che si doveva dire. Non si tratta di un romanzo né di un’opera di filosofia, magari un diario aperto. Anche se è bene, in questo caso, non categorizzare lasciando che le cose decidano di andare dove vogliono. Così come le persone che per restare non devono essere tirate per la maglia.Se dobbiamo trovare un difetto grammaticale alla scrittura dell’autore pugliese, è un abuso dei due punti che interrompono il discorso quando si potrebbe utilizzare una pausa breve come il punto e virgola. Ma siamo pignoli, l’autore è giovane e migliorerà. Ora però ci scuserà se chiudiamo come lui invece inizia e prosegue in Ventisei maggio, anche se a dirla tutta è una chiusura a tempo: M’abituerò – Alla fine non è mai la fine, ma qualche fine dura un po’ di più

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