cop_volpe*pubblicata su Aphorism.it

Tutti potremmo scappare dall’amore sperando di non essere mai presi. Oppure costituirci, presentarci davanti al giudizio con una frase sola: “Sono stato io”. E in aggiunta supplementare: “Ho modificato la traiettoria”. All’improvviso.
Diciamo così, “all’improvviso”, quando non sappiamo come giustificare una reazione che, a guardare bene, nasce da un’azione.

Se Giuseppe avesse prestato maggiore attenzione alla guida, se dunque non avesse compiuto un atto criminale spezzando una giovane vita, a quest’ora recensiremmo conseguenze diverse rispetto a quelle che Claudio Volpe ha narrato ne “La traiettoria dell’amore”. Se poi Andrea – il nostro Io narrante –  non si fosse presentata all’appuntamento con la fuga iniziata dal fratello Giuseppe, se non avesse coinvolto l’innamorata Sara in una faccenda misteriosa quanto insistente, saremmo costretti a lasciare stare l’amore e l’omosessualità, a pensare ancora che nel duemila e oltre le due cose debbano restare separate.
E invece no, quello che leggiamo e traduciamo come il coraggio di Volpe sta nell’accoppiare due certezze della natura in una narrazione pulita e coinvolgente che porta il lettore a deglutire per un possibile concorso di colpa.

“Correvi. Chi ti ha visto sfrecciare ha trattenuto il respiro come nel mezzo di un tuffo. Cavalcavi una velocità folle, un amplesso tra incoscienza e voglia d’aria sul volto. Sembrava quasi volassi, hanno detto, una sferzata di luce rossa che ha squarciato la notte […]”.

È una storia che inizia nel momento topico, con una carica emotiva che sfilaccia l’anima prima di muoversi con circospezione e estendersi come un cono di luce su marciapiedi difficili. L’amore, appunto, che appare già nel titolo, viene trattato apertamente e non come ombra di se stesso. A giustificare quanto detto è la sua presenza multipla: prima nella fratellanza; poi nella crescita di un rapporto nato tra sconosciute.
È una storia che offre una mano alla salvezza, che manda i suoi personaggi a nascondersi tra le colline e a imparare dall’esperienza di chi è abituato alla solitudine. Fin quando la giustizia inizia a procedere lungo il suo corso, un corso indotto a dire la verità. È qui che quanto appariva raro si riduce nell’esattezza della vita. In altre parole, se sbagli, e ti rendi conto di aver sbagliato, sei disposto a pagare. Una cifra onesta, comunque, anche se l’esistenza non riesce a esserlo con tutti. Ma è così.

Claudio Volpe conosce a memoria i suoi personaggi, li anima con abilità distinta. Ed è una conferma, di certo non più una scoperta di Dacia Maraini e basta. Adesso anche i lettori sanno chi è, conoscono la sua narrazione e pare che lui non li voglia tradire. D’altronde il tradimento non è contemplato quando si ha a che fare con un’anima capace e buona a mettere insieme i piccoli pezzi di un puzzle sociale decisamente complicato.

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