Recensione – Chiamarlo Vincenzo Lettore sarebbe stato diverso

Copertina

* su aphorism.it

Siamo nel 1948, Stati Uniti d’America, nella città di Santa Taisia. C’è un reduce di guerra e abile rapinatore che si sveglia in una stanza del Motel Martinelli; si chiama Vincent Reed. Ecco, fermiamoci un attimo. L’esordio di questa recensione è da non recensione. Lo sappiamo bene. Nel senso che una recensione dovrebbe iniziare diversamente. Sappiamo anche questo. Anche se non ci interessa seguire i canoni recensivi generici. Abbiamo preferito cominciare dal prologo, da quello che è il prologo secondo la storia raccontata dall’autore Emanuel Gavioli.

È una storia come tante, ci si permetta di dire. Ma non è un fatto puramente negativo. Perché vuoi o non vuoi, racconti su racconti, le storie sono sempre le stesse: amore, bambini, bambini affamati, mamma, papà, odio, sparatutto. La differenza sta nella gestione. Dunque nella capacità di coinvolgere il lettore, anche. In questo caso specifico, nel caso di Gavioli, il coinvolgimento c’è eccome. Solo però, ci si permetta di dire, non è che una storia proprio così sia stata già narrata? Quale storia? Domanda azzeccata.

Amplifichiamo i contenuti dell’inizio: Reed non è solo in quella stanza di quel Motel. Con lui c’è un’avvenente signorina bionda. E Reed il rapinatore ha un debole per le signorine bionde. Come accade nelle stanze dei Motel in cui, si sa, ci si sta per notti d’amore, succede sempre qualcosa. Qua accade che il rapinatore viene rapinato; un po’ come se Dante avesse applicato la sua legge del contrappasso. Da chi? Dalla bionda, chiaro. Così parte la caccia alla donna. Che non sarà facile come non lo è insegnare l’abc alle elementari. Perché Reed dovrà affrontare fisicamente e pure psicologicamente omoni di ogni etnia pronti a distruggerlo ma anche, sia detto, aiutarlo. In cambio di qualcosa.

Ci fermiamo di nuovo giocando coi difetti: se Vincent Reed non si chiamasse così ma, che ne sappiamo, Vincenzo Lettore, sarebbe la stessa cosa? Certo che no. Perché americanizzare molte delle cose dette e fatte fa audience (appunto). Nel caso del libro, fa lettura. Il luogo, poi: Santa Taisia (Santa Teresa, dai?!). Vincenzo Lettore da Canicattì non avrebbe funzionato. È la logica di un mercato editoriale che chiede questo. Non una novità, certo. Però, diciamo: va bene che bisogna stare sul pezzo, ma Gavioli conosce davvero bene i luoghi che descrive? Ha bevuto ettolitri di borboun come fa il buon Reed? Immaginiamo di sì. Perché la sintesi del buon alfabeto dello scrittore c’è. E si legge. Quindi, qualora Gavioli non fosse mai stato in America, comunque è uno scrittore buono. Di quelli che ti fanno arrivare pure a vedere i peli del naso del protagonista. E questi, signori ovvi, diventano pregi. Grossi pregi che, se fossimo nell’ambiente calcistico, diremmo da numero dieci. Se ci metti pure una grammatica ineccepibile, una narrazione da controbattiti, la partita è vinta. La storia, come detto, non è certo un’innovazione. Ma ha contenuti più che validi. Il ritmo, poi, fondamentale per un genere così, è da contropiede: rapido, incisivo, attento. Che se sei distratto becchi il gol.

“La lunga notte di Vincent Reed” è il terzo libro di “Gav”, come lui stesso si definisce. Non proprio un aspirante, dunque. Ma questo si capiva. “Gav” è appassionato di cinema. Non viene specificato che tipo di cinema; ma qualcosa ci dà da pensare che sia genericamente thriller. Guarda un po’, così com’è la vicenda di Vincent Reed.

La lunga notte di Vincent Reed – Emanuele Gavioli

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Recensioni – La luce dell’alba serve per scappare

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Tre storie. Tre albe. Tre personaggi uguali che non si incontrano mai. Un paradosso, certo. Ma pur sempre qualcosa di eccezionale narrativamente scrivendo. E la storia, che nasce dalla buona penna di Alessandro Barrico, è un autentico momento di luce naturale che cresce e rimpicciolisce con lo stesso passo d’età dei protagonisti.

I tre racconti sembrano fatti apposta per essere unici. In effetti è così, sono unici. Appaiono creati a immagine e somiglianza di un piccolo gruppo di persone inventate, mai così vere. Ma questi, quelli della storia, non si conoscono. Ma si riconoscono, differenza fondamentale per dire che ognuno sa cosa accade all’altro, quando accade e perché.

“Queste pagine raccontano una storia verosimile che, tuttavia, non potrebbe mai accadere”, precisa con una nota iniziale Baricco. Niente di più vero stando alla realtà temporale conosciuta, quella scandita dal battito dell’orologio. Ci sono due fidanzatini che si baciano, si strusciano, quasi fanno sesso nella hall di un albergo. C’è il portiere di notte che li guarda, li scruta, chiede loro di andare nella stanza che hanno affittato. Ma niente. Quelli stanno lì a fare le cose che vogliono fare. E non si spostano. Almeno per un po’. Perché poi, stufi del chiacchiericcio che disturba la passione, se ne vanno. Uno dei due se ne va. L’altro, lei, resta nella hall perché deve chiedere degli asciugamani. Che strano: gli asciugamani. Alcuni alberghi non li piazzano dove devono essere piazzati perché trasformati in souvenir da clienti poco asciutti. Ma non è questo il caso. Perché i panni di cotone stanno là dove devono stare. Inizia così un dialogo che sembra più un interrogatorio tra la ragazzina e il controllore, lo stesso che nell’altro racconto (il secondo) viene la agente speciale della polizia. Quella che nel terzo, poi, viene legata all’abuso psicologico di un bambino, che prima era il fidanzatino che si baciava nella hall dell’albergo. Il nucleo delle vicende arriva proprio all’alba. Vuoi perché ci si sveglia, vuoi perché è il momento del sesso, vuoi perché si deve scappare. Da cosa, poi, lo si capirà leggendo.

Le storie procedono con ritmo veloce visto che diverse pagine sono occupate da fitti dialoghi a mo di botta e risposta. Quando Baricco decide di narrare qualcosa di più, lo fa dal punto di vista del personaggio scelto come principale del raccontino. Che è piuttosto corto, tre volte le 94 pagine di nero su bianco.

Tre volte all’alba – Alessandro Baricco

RECENSIONE – JACK FOLLA SIETE VOI

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Jack Folla. Chi è Jack Folla? Potrei essere io, potresti essere tu. Potrebbero essere loro. Tutti potremmo essere un Jack Folla a caso. Il fatto è che pochi di noi hanno il coraggio. Perché? Perché Jack, se si può dire, ha le palle. L’ho detto. E come faccio sempre mi assumo la responsabilità di dare il significato che devo alle parole. E aggiungo: Jack, il grande Jack, è incazzato. Non è che è arrabbiato; lui è proprio incazzato nero. Dite voi, con chi? Con voi. Già. Il dottor Folla ce l’ha con tutti quegli addormentati da bar, con i politici da ipad, con le ex fidanzate che “no guarda, ti giuro, ti amo, adesso” per poi smentire l’amore, tornare indietro dopo il giro di boa col piacere in tasca per affermare “no guarda, ti giuro, è colpa tua”. Come se amare fosse una colpa e il cancellino non solo per abbattere la maestra.

Comunque Jack è incazzato. Diego lo è. L’autore: Diego Cugia: quarantotto anni e una faccia da interprete mafioso. Che punta pure il dito contro, ‘sto tipo, come appare nel deretano di copertina. Ha anni di esperienza come scrittore di romanzi, sceneggiati, Diego. Come radiofonico. E eccoci qua, allora, con la chiave: la radio. Il protagonista (che poi non lo è, nel senso che i protagonisti veri siete voi), Giacomo (detto Jack) è un conduttore radiofonico. Meglio: un evaso costretto a conduttore radiofonico per avere accesso sulla finestra del mondo. Un evaso  dalla prigione che più prigione non è, quella che conoscono pure i bambini: Alcatraz. Chi l’ha costretto a parlare davanti (o dietro, dipende dal punto di vista) al microfono non è un dato da conoscere. Piuttosto, appare strepitoso il modo in cui dice le cose. Almeno, per me è strepitoso. Perché sono dirette, limpide, senza chiedere alle parole di fare capriole, senza peli sulla lingua, senza battere ciglio; lui ha una cosa in mente e la dice; lui legge i giornali e elabora, riflette, poi dice. Si capisce bene che pensa prima di dire. Niente è veramente lasciato al caso. Il caso, se vogliamo, è come ci sia finito là dentro, come sia fuggito. Ma pure questo, dico, non è un dato da conoscere. Anche perché non c’è scritto.

Folla, o per meglio dire, Cugia, tratta temi di fu stretta attualità, quella a cavallo tra il duemila e il duemilauno. Tipo: Bin Laden, Maria De Filippi, Kofi Annan, Bruno Vespa, l’ex fidanzata, politici vari tantosottuttiuguali. Li tratta come animandoli per nome, come vorremmo trattarli, come è giusto che vengano trattati, com’è vero che non m’ero appassionato mai a niente di simile. Strano, dico. Perché questo non è un romanzo né un saggio. Forse un’autobiografia. Certamente una serie di riflessioni ad alta voce. Tutto, dico, tutto rivolto alla folla. A voi: fratellini o hermanos, come preferite.

Quello di Jack Folla è un effetto mediatico. Forse non oggi, ma lo è stato. Grazie anche all’idea, poi praticata, di vederlo come un format per la radio. La voce che sarebbe di Jack, a tema originale, è quella di Roberto Pedicini. Io rileggo con le mie corde. La scrittura, dicevo, di Diego Cugia. Così Jack vive, garantito.

RECENSIONI – “L’AMORE QUANDO CI SI METTE È PROPRIO BELLO”

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“In principio erano le mutande”. No, non sono un blablatore casuale. Sto dicendo che quello è il titolo del libro. Un libro che, per la matematica dell’uguale opposto, ho acquistato proprio per le parole che stanno in copertina. Ché tanto si dice spesso (con verità) che questi fruitori di esperienze che voi chiamate, appunto, libri, si fanno acquistare per il potere anteriore. Quando c’è, chiaro. Poi si va a stanare il posteriore che è a volte un bel sedere.

Parole a caso? No, per niente. Qua si parla di sesso. Anche e non solo. Te ne parla l’autrice Rossana Campo, una che con Feltrinelli c’ha pubblicato questo e altri pacchetti di carta.

“Questo è un romanzo dove c’è una ragazza che per le conquiste d’amore si dichiara diabolica”, si legge sul culo. Alt: la ragazza si dichiara diabolica. Ma a ben leggere, i diavoli sono altri. Chi? Gli uomini, sempre loro. Che prima cercano, seducono, poi ti portano a letto. E spariscono. Si dice così, no? Gran cazzata, amori miei, sbadatamente monocratica. Non va così. Sì ok, potremmo dire che secondo i dati Istat il 35 per cento degli uomini si comporta per tale modo. Vorrei dire che è una gran cazzata pure questa. Però, oh, se lo dice l’Istat non posso mica essere contrario.

Va be’, il punto è che questo “In principio erano le mutande” è un buon libretto. Fa ridere. Nel senso che è scritto proprio per questo, per raccontare storie (probabilmente davvero vissute) di ilarità concreta. Sembra che la protagonista tu ce l’abbia davanti agli occhi, che lei ti stia narrando le cose come fosse un’amica di sempre, che tu conosca tutto e allora i famosi primi amori li sai già.

“La nostra eroina ci descrive, con un linguaggio comico, “basso” e carnale, la sua storia fatta di esilaranti “sfighe” d’amore che producono grandi sofferenze…”, leggiamo ancora in prossimità dell’ano del libro. Infatti è così, la Campo mica descrive i fatti come farebbe un altro narratore, lei lo fa col modo suo che è dialettale, che è un po’ da vicina di capocchia, che è semplice semplice quanto ovvio che è vero. La bellezza sta qua e l’ironia arriva tutta.

Poi, ok, il suo motto resterà sempre: “Signori miei, ve lo dico, l’amore quando ci si mette è proprio bello”. Va là che c’ha ragione.

Libro: IN PRINCIPIO ERANO LE MUTANDE (FELTRINELLI) – di Rossana Campo

RECENSIONE – FOOTBALL CLAN DI RAFFAELE CANTONE E GIANLUCA DI FEO

football_clanIl Clan è servito. E in questo caso, il Clan, è quello del Football. Il calcio, insomma.

Il mondo pallonaro italiano “è diventato lo sport più amato dalle mafie”. Lo dicono gli autori di questo libro, Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo che raccontano, narrano vicende di boss appassionati dai calci alla sfera. Una passione che, a dirla tutta, non è come quella del parmigiano sulla pasta asciutta; è una passione territoriale: bande armate di sentimenti a proiettili lottano, si ammazzano per il potere regionale. Che può essere quello del sud d’Italia, spesso soggetto prigioniero, ma anche del nord. Nessuna distinzione del colore della maglia quando a prevalere sono gli interessi.

Allora si raccontano storie, una a una, ma il filo conduttore è sempre lo stesso. In tribuna ci sono i capi, sul campo i calciatori. A volte ignari del mondo che sta là fuori.

Si raccontano le storie di Roberto Sosa, “El Pampa”, quello che ha fatto sognare la Napoli calcistica con le prodezze che hanno portato la squadra dall’inferno della serie C al purgatorio della B, poi al paradiso della A. Storie di minacce, storie di “fai quello che ti dico o ti uccido”. Il calciatore argentino è solo uno dei tanti protagonisti contrari: minacciato, deriso, schiaffeggiato da sicari della malavita e costretto a fuggire da un posto, il calcio, che per anni gli ha dato da mangiare.

C’è la storia di Giuseppe Sculli, giovane atleta con un futuro da predestinato. Ma anche col presente parentale da sacrificio. Sculli infatti è nipote di Giovanni Morabito, tra i capi clan più noti, un pallone d’oro della mafia, insomma. Si racconta che il giocatore non ha mai rinnegato questa parentela. Giusto così. Ma è proprio questa a mettere il bel Giuseppe nella condizione pericolosa che si traduce col rapporto da intoccabile per la curva del Genoa. Perché “Giuseppe è uno di noi”, dico gli aizzacori.

Di storie così, solo accennate, ce ne sono tante. Oltre 290 pagine di sport oscuro, di un dietro le quinte che nulla ha da invidiare al cinema. Storie che, in effetti, sono anche diventate pellicole. “Football Clan” le racconta attraverso le esperienze di un Magistrato e di un giornalista, attori consapevoli della presenza di un copione losco.

ACCADDE OGGI – PREMIO SOLSTIZIO: L’ASSOCIAZIONE DE LIBERO PER LA POESIA

header-sito-associazione-de-liberoBando II edizione

REGOLAMENTO

II EDIZIONE PREMIO POESIA SOLSTIZIO 2015 

Art.1

L’associazione culturale Libero De Libero indice ed organizza la seconda edizione del Premio Letterario Nazionale “Solstizio” aperto a tutti i poeti di nazionalità italiana e straniera. Il Concorso è in collaborazione con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna.

Art.2

Il Premio è articolato in una unica sezione: Opera Prima di Poesia edita. Si partecipa inviando un volume di poesia (in lingua o in dialetto) edito tra il 1° Gennaio 2011 e la data ultima di scadenza del suddetto bando. Occorre spedire 5 copie insieme ad un biglietto che indichi l’indirizzo completo dell’autore con eventuale curriculum. Se in possesso di pdf del libro, basteranno 3 copie cartacee.

Art.3

Gli autori dovranno inviare gli elaborati, entro il 26 aprile 2015, al seguente indirizzo: Associazione Libero De Libero, Piazza Porta Vescovo, 4 04022 Fondi (LT). Farà fede il timbro postale di partenza. Copia digitale dell’opera, insieme alle generalità dell’autore, andrà inviata anche agli indirizzi email: premio@associazionedelibero.com e info@associazionedelibero.com indicando in oggetto: “Partecipazione Premio Solstizio”.

Non è prevista alcuna quota di partecipazione. In ogni caso è possibile sostenere l’associazione mediante la sottoscrizione di una tessera associativa con contributo volontario da inserire in una busta sigillata all’interno del plico delle opere.

Art.4

Tutti gli elaborati pervenuti alla segreteria del Premio Letterario in nessun caso verranno restituiti.

Art.5

Ad insindacabile giudizio, la commissione esaminatrice, costituita da una rappresentanza del comitato scientifico dell’associazione Libero de Libero (Claudio Damiani, Davide Rondoni, Milo de Angelis e Francesco Iannone), oltre che da membri dell’associazione Libero de Libero (Simone di Biasio, Stefano Di Pietro, Valentina Notarberardino e Daniele Campanari) selezionerà dieci libri finalisti dai quali verranno scelti i vincitori. Ai partecipanti al Premio Letterario, unitamente all’invito di partecipazione alla cerimonia di premiazione, verrà inviata via mail la graduatoria dell’opera selezionata.

Le notizie relative al premio (vincitori, giuria, premi) saranno rese note sul sito Internet:www.associazionedelibero.com

La stessa giuria di cui sopra quest’anno sceglierà a suo insindacabile giudizio un poeta italiano di acclarata fama per il conferimento del I Premio “Solstizio alla Carriera”.

Art.6

Ai vincitori sarà data tempestiva comunicazione telegrafica o telefonica per consentire la loro presenza alla cerimonia di premiazione prevista per il mese di ottobre 2015 che si svolgerà a Fondi (LT). Non è consentita delega per il ritiro dei premi che verranno consegnati esclusivamente durante la premiazione. I premi non ritirati rimarranno di proprietà dell’associazione.

Art.7

La commissione esaminatrice ha facoltà di non assegnare premi qualora se ne presenti la necessità, e di aggiungere altri se motivati opportunamente dalla validità delle opere selezionate. L’organizzazione si riserva il diritto di apportare modifiche al presente regolamento qualora dovessero presentarsi circostanze contingenti non previste. In tal caso verrà data informazione agli interessati tramite il sito internet:www.associazionedelibero.com.

Art.8

Durante la premiazione verrà data lettura di estratti delle opere selezionate e delle motivazioni del premio assegnato.

Art.9

Le spese organizzative e gestionali del Premio Letterario gravano sull’Associazione, pertanto nessun compenso di trasferta o soggiorno verrà corrisposto ai poeti premiati.

Art.10

Premio: 1° Classificato € 600 + targa; 2° Classificato € 250,00 + targa; 3° Classificato € 150,00 + targa. A tutti gli autori presenti verrà rilasciato un attestato di merito. Ai primi tre classificati sarà offerto un soggiorno a Fondi.

Art.11

La partecipazione al Premio comporta la piena accettazione del presente regolamento. Per qualsiasi controversia è competente il Foro di Latina.

Per ulteriori informazioni telefonare al numero 329.3482673 o scrivere all’indirizzo di posta elettronica: info@associazionedelibero.com.

Sito Internet:www.associazionedelibero.com

Accadde oggi – Da una parte Fedez; dall’altra Rocco

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Da una parte Federico Leonardo Lucia; dall’altra Rocco Siffredi. È bene, comunque, ripartire dalla prima parte: chi cazzo sono Federico e Leonardo e Lucia? Sono la somma di nome e cognome, quelli che tu conosci come Fedez. Da una parte. Poi c’era Rocco, quello che tu, in effetti, conosci perché ha un pene. Proprio come te, e lui. Ma non lei.

Dettate le presentazioni, arriviamo alla serratura: da una parte Fedez; dall’altra Rocco. Dice: “Di nuovo?!”. Sì, di nuovo. Finché voglio. Ancora: da una parte Fedez; dall’altra Rocco. Dove? Euronics, e dove sennò?!.

Macché, in discoteca! E dove, sennò? Per quanto viene fatto risultare da ambienti vicini al mondo della notte (quindi per tecnica oscura —> vedi Nerone —> che comunque non frequenta per scelta di vita), i due pare che siano stati protagonisti di una oscurata da milleluci e tunz tunz proposta a Latina. Tra Latina e Fondi, a dire il vero. Bene. Molto bene. È divertente, no? No.

Il popolo delle serate, puntuale, arriva via sociale. Il popolo delle serate, quello che ringrazia ogni settimana. Cito da Facebook: “Ma quanti eravamo stasera??? Troppi […] passate a trovarci e non ve ne pentirete.”, che sembra la pubblicità di vendita del prodotto Herbalife. Che poi erano troppi. In ricordo della spending review, taglierei il personale. Così, giusto per sottrarre.

Comunque, da una parte Fedez; dall’altra Rocco. C’era un sacco pieno di persone. Persone. Cioè, ragazzi. Cioè, dico, il popolino della notte. Cioè, io ero in un teatro.

UNA POESIA RIVOLUZIONE: “IN GUERRA NON CI SONO MAI STATO” DI DANIELE CAMPANARI

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di Paolo Rigo – pubblicato su PatriaLetteratura

Seconda raccolta di poesie di Daniele Campanari e già stiamo descrivendo un’impresa: da un po’ di tempo a questa parte per vari motivi e per vari responsabili, infatti, la poesia non solo, come avverte anche il giovane autore nella nota finale (p. 173), è stata relegata al ruolo scomodo d’élite ma, l’altra faccia di una medaglia oscura e controversa, è stata anche degradata da chi pensa di fare poesia mettendo su carta pensieri astrusi senza un ordine logico grammaticale.
Il risultato? Meno alberi e un po’ più di monossido di carbonio per tutti. Lasciamo stare. In un guerra non ci sono mai stato  è il risultato di un’operazione coraggiosa: secondo libro di un autore giovane  ̶  e stessa casa editrice (seconda impresa) ̶ che, ha nello spazio insolito di più di 170 pagine (altra impresa), non solo condensato la propria esperienza allotria rispetto al mondo ̶ eppure in esso contenuta (motivo base della poetica di Daniele Campanari)  ̶  ma ha restituito alla poesia una dimensione quotidiana non solo nei temi o nelle situazioni ma nell’atto. Mi spiego meglio e per farlo sarà utile riprodurre alcune frasi della nota finale (già citata):

“Boston: attentato allo sport” è spunto di cronaca del 2013 quando due bombe esplodono all’arrivo della maratona che si corre negli Stati Uniti causando la morte di tre persone e ferendone oltre centosettanta. Ho appreso la notizia dalla radio della mia auto mentre ero fermo sul raccordo anulare di Roma per un incidente avvenuto sulla strada. Il magistrato di cui parlo in “pace non t’ho mai vista giocare col pallone”di p.112 è Giovanni Falcone, assassinato a Capaci il 23 maggio 1992. La poesia l’ho scritta lo stesso giorno del 2013.

Sospendiamo un poco il giudizio su questi appunti necessari a spiegare le implicazioni delle poesie  ̶  ci torneremo fra poco  ̶  e concentriamoci proprio sui testi citati: tutti siamo a conoscenza dell’attentato avvenuto alla maratona di Boston, ebbene Daniele Campanari ci immerge subito nel disastro e lo fa con un puntiglio narrativo tipico della poesia americana («“c’è sangue dappertutto!” / dicono i giornalisti. / gli altri urlano, urlano tutti col dolore a gambe e braccia», vv. 1-3), fino a che l’informazione si trasforma in emozione e tramite un’anafora verbale il pianto si dipana nel mondo. L’altra poesia dedicata a Giovanni Falcone intesse una fitta rete di trame mistiche e visionarie e un filo storico. Fornite le parafrasi al lettore egli potrebbe chiederci: a cosa serviva la nota (e a cosa serviva riportarla in questa recensione)? Facile la nota è utile a spiegarci, forse anche incoscientemente, che la poesia di Campanari nasce nella semplicità di un attimo fulmineo ed etereo: mentre ascolta la radio in macchina o quando apprende di ritrovarsi in un giorno-anniversario la sua poetica si nutre del mondo e fa parte del mondo. Ma quale mondo? Quello che esiste certo ma anche quello che solo gli occhi di Campanari sono in grado di scorgere, quel mondo disilluso e falsamente romantico di Charles Bukowski, vero e proprio nume tutelare del giovane poeta pontino, che ad apertura del volume viene così descritto, avvertendo il Caro lettore (titolo della poesia):

è un mondo di puttane e frequentanti altalena quello che
sta nel quadro mattina
è un mondo che dà altezza al braciere della storia.

Insomma, una lirica viva, vivissima, difficilmente commentabile poiché figlia di una visione concreta e quasi tangibile. Una poesia capace di farsi cronaca e al contempo che nasce dalla cronaca fintanto quella più barocca e assurda, che, come diceva Carlo Emilio Gadda, compone lo stesso mondo. Si pensi ai versi del componimento Il matrimonio e il funerale capaci di modulare l’esperienza assurda, ma reale, di una coincidenza fatale:

palpiterà di paure e futuro investito
quando Dio, fotografi e fratelli
lanceranno riso sulla bara di legno

Non è solo un poeta giornalistico Daniele Campanari: la sezione Amanti, che consta di una ventina di poesie, restituisce la dimensione intima dalla faccia doppia. Dapprima sempre impegnato a cercare di fissare i termini di un sentimento sfuggevole e mai banale e poi voluttuosamente vincolato al cinismo tipico di un materialista incallito (e per questo affascinante), come accade nell’ironica poesia San Patentino.

In conclusione Daniele Campanari è un poeta complesso e ricco di avvertimenti, difficile quando sembra semplice, facile quando si impegna a descrivere l’impossibile. Una poetica che come ha scritto Paolo Di Paolo nella prefezione è «una piccola rivoluzione dello sguardo: anche per la più domestica e quotidiana delle situazioni, quando parla di memorie personali, lampi di vita familiare, ruvidi, mai sentimentali; anche quando racconta di una ragazza in treno che legge Shakespeare e ha i capelli un po’ troppo sporchi per sembrare belli. Anche quando parla d’amore, e – cosa rara – riesce a sorprendere».

Recensioni – Testa, cuore e gambe di Antonio Conte e Antonio Di Rosa

1706092_0È un viaggio per certi versi incredibile quello che fa Antonio Conte. Conte il piccolo, prima, grande poi. Quando il tutto della sua vita è il bellissimo quadro già dipinto. Come se lo aspettava. Proprio come voleva. La storia biografica che viene raccontata in questo libro è prima dell’uomo. Solo successivamente dello sportivo. Il prima, quella dell’uomo, è un pacchetto confezionato di emozioni, momenti, attimi a giocare col pallone sulle stradine dei quartieri di Lecce.

Per Conte il bambino arriva la chiamata che non t’aspetti: è la squadra di calcio del Lecce che, sotto gli occhi dello scopritore di talenti Pantaleo Corvino, vede in quel ragazzino di quartiere un possibile campione. E accade proprio questo: il ragazzino va a giocare nella squadra professionistica della sua città. Da qui in dopo è un racconto fantastico.

Fantastico perché la favola di Conte è un po’ quella di tutti i bambini che tirano calci al pallone. E anche un po’ la fantasia del predestinato, la fantasia che è in quelli segnalati già a qualche anno dopo la nascita. C’è la Juventina, infatti, nei programmi di destino di Conte. La Juventina che è la squadretta di terra e ghiaia in cui il futuro campione comincia a misurarsi in termini agonistici. La società è gestita da Cosimino, il tutto fare del calcetto di provincia che è soprattutto il padre di Antonio.

Con i primi anni a spaccarsi le scarpette e la chiamate giallorossa, al predestinato tocca aprire la porta della Juventus. Bussa Gianpiero Boniperti, si racconta, un uomo vero dal sorriso sincero. I piemontesi bianconeri vanno a prendere Conte dalla serie B. Se lo portano a Torino, gli fanno vedere i trofei, le vittorie, lo stadio, la nebbia della città. L’Avvocato. Già, perché nella parabola calcistica di Conte c’entra eccome l’Avvocato, tal dei tali Gianni Agnelli. Uno che, narra il centrocampista da pochi gol, faceva squillare il telefono alle sei del mattino solo per chiedere “come stai?”. Iniziano così tredici anni di Juventus. Tredici anni di lacrime, per gioia e tristezza. In mezzo c’è una piccola automobile di un grande amore, i viaggi, i mondiali, le vacanze strappate. E poi i fatti recenti, quelli che portano “il nostro capitano” (così come cantato dai tifosi bianconeri) a diventare da allenatore incompreso a allenatore vincente.

Una storia, questa, che va sullo scivolo della lettura. Da conoscere in una notte, come non sempre accade.